Oggi per noi è un giorno importante, One Bridge To- compie dieci anni. Il 18 marzo di dieci anni fa cominciavamo a costruire, una staffetta di volontariə alla volta, il ponte di solidarietà che poi avremmo consolidato nel tempo, con diversi progetti lungo la rotta balcanica e in Italia. Per capire chi e cosa siamo ora è imprescindibile ripercorrere la nostra storia, ma anche quella del mondo che abbiamo abitato negli ultimi dieci anni. Per fare questo, abbiamo deciso di cominciare questo racconto da Idomeni: dove tutto è cominciato.
Nel 2016 la Grecia diventa uno dei punti più visibili della cosiddetta “crisi migratoria” europea. Migliaia di persone arrivano via mare dalla Turchia, in gran parte in fuga da guerre, persecuzioni e instabilità, soprattutto da Siria, Afghanistan e Iraq. Alla base di questi movimenti ci sono conflitti prolungati, violenze, persecuzioni, crisi economiche e collasso delle condizioni di vita.
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Tra febbraio e marzo 2016 diversi Stati lungo il percorso introducono restrizioni sempre più dure, fino alla
chiusura di fatto della rotta balcanica. Il 18 marzo 2016 arriva anche la dichiarazione UE-Turchia, che punta a fermare la migrazione irregolare dalla Turchia verso la Grecia e prevede il ritorno in Turchia dei nuovi arrivi irregolari sulle isole greche dal 20 marzo 2016.
L’Europa risponde con il contenimento e il respingimento: le frontiere vengono irrigidite e la Grecia resta sempre più isolata come spazio di trattenimento. La crisi dei rifugiati si rivela per ciò che è, una crisi dell'accoglienza. In questo scenario, Idomeni diventa il simbolo vivente di una frontiera bloccata. Migliaia di persone restano ferme al confine tra Grecia e Macedonia del Nord in un campo informale nato come spazio di transito e diventato luogo di attesa forzata. A marzo 2016 si stimavano circa 12.000 persone bloccate a Idomeni, in condizioni durissime, nel freddo, nel fango e con servizi insufficienti.
La velocità degli eventi e la chiusura delle frontiere trovano le istituzioni largamente impreparate: sul piano umanitario, molte organizzazioni denunciano che le restrizioni producono più precarietà e percorsi più pericolosi.
Le capacità di accoglienza risultano presto insufficienti e molte persone vengono lasciate in condizioni inadeguate o trasferite in siti emergenziali. In quel vuoto si mobilitano tante realtà informali, attivistə, volontariə e reti solidali da tutta Europa. Anche OBT- nasce dentro quella spinta collettiva: non dall’alto, ma da una mobilitazione dal basso. |
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Gestiamo da subito una raccolta di aiuti umanitari per portare supporto alle persone migranti bloccate al confine e una prima staffetta di persone volontarie.
Le prime azioni però non si limitano ad una semplice consegna di beni, ma si delineano in due direttrici inscindibili: da un lato portare aiuti lungo la rotta balcanica, dall’altro testimoniare, raccontando le storie e le ingiustizie incontrate, attraverso incontri pubblici e nelle scuole.
Costruiamo la prima collaborazione sul campo con Barry di Hot Food Idomeni, un riferimento immediato. Accanto all'organizzazione, tra Idomeni e Polycastro, impariamo che la solidarietà non si osserva da fuori: si cucina, si distribuisce, si organizza, si condivide. Ogni giorno distribuivamo 4000 pasti autoprodotti.
Dopo aver scoperto il campo di Idomeni, organizziamo a Verona un grande ritrovo in Piazza Mercato Vecchio, al grido "Open the borders!". Vogliamo tenere insieme mobilitazione pubblica e presenza sul campo. |
Tra il 24 e il 25 maggio 2016 le autorità evacuano il sito informale di Idomeni. Ma lo sgombero non risolve la crisi: la sposta. Le persone vengono confinate in campi governativi sulla terraferma, tra cui siti nel nord della Grecia come Vasilika e Diavata, spesso periferici, isolati e segnati da condizioni precarie.
Quando Idomeni sparisce dalle immagini, OBT- non si ritira: segue lo spostamento forzato delle persone e continua a stare accanto a loro. Sentiamo l'esigenza di trasformare l'assistenza urgente ai confine in presenza continua e consapevole al fianco di chi si muove.
OBT- nasce in risposta a un preciso scenario: frontiere chiuse, diritti compressi, istituzioni insufficienti, persone bloccate. In questo contesto, abbiamo scelto di esserci, con poche, ma semplici, azioni: portare aiuti, testimoniare e creare legami è stata la nostra presa di posizione. |
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