Ciao [nome], c'è un filo che attraversa dieci anni di storia di One Bridge To, ed è fatto di partenze.
Questo secondo capitolo del nostro viaggio nella memoria dell'associazione porta lì dove quel filo si tende di più: la Serbia del 2017, furgoni carichi di cibo, spazzolini, tè e arance, fine settimana di strada verso luoghi che le politiche europee cercavano di rendere invisibili. Un magazzino abbandonato, il freddo, le scritte sui muri che urlavano quello che i confini cercavano di silenziare...e noi eravamo lì, dentro quella storia.
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Nel 2017 la Serbia diventa uno dei punti in cui la rotta balcanica mostra in modo più netto cosa succede quando le frontiere europee si chiudono senza smettere di selezionare, filtrare e respingere.
A inizio 2017, secondo UNHCR, in Serbia ci sono circa 7.700 persone rifugiate o migranti; la maggior parte è collocata nei centri governativi, mentre altre restano fuori dal sistema, soprattutto a Belgrado, nei magazzini abbandonati intorno alla stazione ferroviaria. |
Se nel 2016 il contenimento si concentra sulla Turchia e sulle isole greche, nel 2017 anche la Serbia viene consolidata come spazio di gestione e trattenimento, sostenuto da fondi europei destinati al sistema di accoglienza, al controllo dei confini e alla gestione migratoria. |
Nel 2017 la Serbia diventa così uno spazio di attesa forzata per chi vuole proseguire verso l’Unione Europea, ma non può farlo in modo sicuro. A Belgrado il blocco prende la forma della sopravvivenza quotidiana nei bivacchi informali della stazione.
La città è uno spazio attraversato da un'attesa durissima: il centro urbano da una parte, e dietro la stazione un insediamento segnato da fumo, rifiuti, freddo e precarietà. Nel febbraio 2017 troviamo circa 800 persone nelle baracche, in gran parte giovani uomini.
L'impatto è immediato: odori forti, sporcizia, fatica, e incontri continui con persone che ci raccontano tentativi di passaggio falliti e violenze al confine. |
Le Barracks della stazione |
È qui che si concentra una delle immagini più forti di quella fase: migliaia di persone costrette a vivere in spazi gelidi, sporchi, precari, in attesa di tentare ancora una volta il passaggio verso Croazia o Ungheria. In questo passaggio si vede anche un altro nodo politico: l’esternalizzazione delle frontiere.
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Il nostro lavoro in Serbia si sviluppa in due momenti distinti del 2017. Il primo attraversa i mesi tra gennaio e maggio, a Belgrado, nelle barracks dietro la stazione ferroviaria.
Il secondo si colloca tra novembre e dicembre, a Šid, quando la nostra presenza si sposta verso il confine croato, dentro una fase segnata da squat, ripari informali, respingimenti e attraversamenti sempre più violenti. |
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| A Belgrado costruiamo una routine precisa e molto concreta.
Dal 27 gennaio 2017, per circa tre mesi e mezzo, garantiamo la distribuzione della colazione tre giorni a settimana alle barracks, con l'aiuto di volontari e volontarie che partono da Verona e Venezia.
Partiamo nei fine settimana, cuciniamo insieme a Hot Food Idomeni, che si è spostato a Belgrado, prepariamo la zuppa, facciamo la spesa, acquistiamo frutta, tè, beni per l'igiene. Grazie alle donazioni compriamo centinaia di spazzolini, dentifrici, salviette e decine di chili di arance. |
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Ma il nostro lavoro non si limita a portare cose. Partecipiamo alla bonifica dell'area in cui vengono costruite le docce, puliamo e prepariamo gli spazi, restiamo a parlare e ad ascoltare le persone nelle barracks. Proviamo a restare nel luogo, nelle relazioni, nel tempo quotidiano della rotta. |
Nell'ultima parte dell'anno e all’inizio del 2018 ci spostiamo a Šid dove la frontiera si fa ancora più concreta. È il bordo occidentale della Serbia, verso la Croazia, dove la rotta si condensa in squat, accampamenti, passaggi tentati e respingimenti.
Insieme a No Name Kitchen costruiamo stufe. È un lavoro materiale, essenziale, che risponde al freddo, alla precarietà degli spazi e alla violenza di un confine che continua a respingere. |
A Belgrado costruiamo una rete ampia: collaboriamo con Hot Food Idomeni, BelgrAid, Emmaus BiH, Oxfam, Are You Syrious? e Santa Fosca. A Šid lavoriamo con No Name Kitchen. Non si tratta solo di un elenco di nomi: è una trama concreta di cucine condivise, mezzi messi a disposizione, persone che raccolgono fondi e materiali, realtà che sostengono partenze, acquisti e distribuzioni.
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